Il Nuovo CCII (Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza) entrato in vigore con il Dlgs 14/2019 ha destato fin dai primi tempi numerosi dubbi sulla sua effettiva efficacia come strumento. La nuova concezione della composizione della crisi d’impresa, che avvicina il modello italiano a quello degli altri paesi europei, infatti, è stato considerato da diversi addetti ai lavori come una misura estremamente gravosa per le PMI del nostro paese.

I numeri riportati dal Sole 24 Ore su analisi effettuata da Cerved sui bilanci 2018 (dunque prima dell’allarme COVID-19), in effetti, erano già piuttosto preoccupanti: le aziende individuate a rischio di crisi superavano le 60mila, vale a dire circa l’8% del totale delle società di capitali prese a campione.

Inoltre, a farne le spese sarebbero state proprio quelle di medio-piccola dimensione, e non c’è da stupirsi data l’importanza che il nuovo codice dà agli indicatori di possibilità della generazione di liquidità e rischio di insolvenza previsionale.

Il mese di marzo ha poi portato alla luce, come purtroppo ben sappiamo, un’emergenza di dimensioni planetarie e, oltre alla salute dei nostri concittadini, in molti si stanno preoccupando anche della salute delle attività italiane.

Gli scenari post COVID-19

Come accennato precedentemente, se le PMI erano già in difficoltà di liquidità prima del decreto che ha chiuso il paese da oltre 50 giorni, da adesso in poi il numero non può che aumentare.

Cerved ha prontamente ripetuto lo studio sullo stato di salute delle imprese italiane con la previsione degli effetti del virus, concludendo che le imprese a rischio fallimento prima della fine dell’anno saranno comprese tra il 17% ed il 33% del campione di 720mila imprese, percentuale variabile a seconda del prolungamento dell’emergenza da giugno (17%) a dicembre (33%). Numeri mostruosi, che costerebbero il posto di lavoro ad almeno 2,8 milioni di persone nel più soft degli scenari*. 

*Cerved specifica che tali numeri sono legati all’assunzione che le imprese continuino a pagare gli interessi ed i mutui. Se la moratoria sui debiti venisse utilizzata a pieno, i posti di lavoro a rischio sarebbero 400mila in meno nello scenario dell’uscita dall’emergenza a giugno e 600mila in meno nel caso del prolungamento fino a dicembre.

Il governo e il decreto “Mille Proroghe”

A questo punto, la risposta da parte del governo è arrivata prima con il Decreto “Mille Proroghe”, che consente la nomina degli organi di controllo entro la data di chiusura dell’esercizio 2019, e successivamente con il Decreto-Legge 8 Aprile 2020 n. 23, il quale fa slittare l’entrata in vigore del regolamento della crisi d’impresa a settembre 2021 per tutte le aziende, a prescindere dalle dimensioni.

Tuttavia, non è scontato che la proroga del termine di settembre 2021 sia abbastanza lontano per risanare le perdite derivanti dall’inattività nei mesi di lockdown, soprattutto per quelle imprese operanti in settori commerciali e di ristorazione che lavorano a stretto contatto con il pubblico.

La frenata che le aziende hanno subito in questi mesi è stata molto brusca, per cui ci vorrà sicuramente molto tempo non solo per tornare all’esercizio dell’attività come ordinariamente organizzata, ma conseguentemente anche per riprendere la stabilità economico-finanziaria necessaria a non essere segnalati come impresa potenzialmente insolvente e, quindi, in stato di crisi.

Il Nuovo CCII prevede un percorso ben definito per le imprese che vengono segnalate come aziende in crisi: si mobilita l’OCRI, si cerca di definire una strategia di risanamento in tre mesi, se non è possibile si procede alla liquidazione giudiziale.

E se CERVED avesse ragione…

Se malauguratamente i numeri comunicati da esperti come Cerved dovessero verificarsi, se la crisi da covid-19 avesse impatti importanti anche nel 2021 inoltrato, come verranno gestite le numerosissime segnalazioni agli OCRI?

Il rischio di intasamento delle procedure, degli stringenti tempi per adottare una strategia di risanamento a breve termine e le liquidazioni giudiziali che eventualmente ne seguiranno, potrebbero congestionare il sistema originariamente predisposto, perché di fatto lo scenario è pesantemente cambiato.

Adottare il nuovo sistema di segnalazione a seguito di una condizione così complicata, forse, non si rivelerebbe una strategia ideale per andare incontro a quello che è il vero obiettivo de nuovo CCII: dotare le imprese degli strumenti e conoscenze necessarie a verificare il loro stato di salute in maniera previsionale per intervenire tempestivamente e preventivamente con lo scopo di risanamento dell’attività.

Articolo di Francesco Palla – Junior Consultant, 3i Partners Milano