Contratti Internazionali e la loro rinegoziazione ai tempi della pandemia da Covid-19

Articolo di Elisabetta Cristiani – Avvocato del Foro di Milano
Contratti Internazionali

L’emergenza sanitaria internazionale cagionata dal COVID-19, non soltanto sta avendo effetti devastanti sulla salute delle persone a livello mondiale, ma a causa delle necessitate misure di contenimento messe in atto dalla comunità internazionale, sta avendo un deflagrante impatto sull’economia di tutti i Paesi del globo: i vari Governi non soltanto hanno vietato la libera circolazione delle persone all’interno delle rispettive città, ma hanno progressivamente chiuso fabbriche e attività commerciali, ad eccezione di quelle aventi carattere essenziale (come ad esempio, le attività medicali, quelle legate alla filiera agroalimentare, ecc.).

In un’economia globalizzata quale la nostra, è utile interrogarsi su quale sia la sorte dei contratti internazionali, cioè quei contratti sottoscritti fra soggetti (persone fisiche o giuridiche) appartenenti a Stati diversi.

Il diritto internazionale dei contratti offre diversi rimedi alle parti per evitare le conseguenze (economicamente negative) di inevitabili inadempimenti contrattuali cagionati dai “blocchi” alle attività commerciali disposte dai vari Governi.

Se la pandemia da Covid-19 rientra a pieno titolo fra quegli eventi noti anche come di “Forza Maggiore” (c.d. “Act of God”), non sempre le parti potrebbero avere interesse ad invocare una simile clausola che porterebbe alla risoluzione del contratto, preferendo, invece, “mantenere” in vita il contratto, con gli aggiustamenti imposti dalla situazione emergenziale in corso.

In questa direzione, la prassi dei contratti internazionali utilizza spesso la “hardship clause” (letteralmente, “clausola di avversità”): essa sta ad indicare una situazione sopravvenuta o sconosciuta al momento della conclusione del contratto, al verificarsi della quale l’equilibrio economico del contratto stesso ne risulta sensibilmente alterato e l’esecuzione di quest’ultimo diventa eccessivamente oneroso per una delle due parti contraenti.

Grazie a questa clausola, le parti possono richiedere alla controparte contrattuale la “rinegoziazione del contratto” che ristabilisca la parità delle rispettive prestazioni.

Nel diritto internazionale dei contratti esistono infatti diversi testi normativi che contemplano la “hardship clause” che, ove richiamata dai contraenti quale legge materiale applicabile al contratto, potrà essere utilmente invocata in tutti i casi in cui si verifichino, appunto, eventi “avversi” del tipo descritto:

  • la Hardship Clause 2003” elaborata dalla Camera di Commercio Internazionale;
  • Principi Unidroit (UNIDROIT Principles of International Commercial Contracts del 2016 – art. 6.2.2 e 6.2.3);
  • La Convenzione sulla Vendita Internazionale di Beni Mobili (la cosiddetta Convenzione di Vienna del 1980, entrata in vigore nel 1988 ed alla quale ha aderito anche l’Italia) che, però, a differenza delle clausole appena esaminate (ICC hardship clause 2003 e artt. 6.2.2 e 6.2.3 Unidroit Principles 2016), al suo art. 79 contiene disposizioni applicabili sia ai casi di forza maggiore, sia ai casi di “avversità” (“hardship”): il verificarsi di uno di questi eventi di “forza maggiore” o di “hardship” esime da responsabilità contrattuale la parte che abbia invocato la clausola soltanto per il periodo in cui sussiste l’impedimento (art. 79, par. 3), non prevedendo, invece, un obbligo di “rinegoziazione” del contratto.

Ove le parti, al momento della conclusione del contratto, non intendano richiamare le fonti del diritto internazionale appena citate è bene che prestino attenzione anche alla corretta formulazione della “clausola di hardship” che, per le ragioni appena illustrate, potrebbe rivelarsi preziosa in momenti di emergenza come quelli che stiamo attualmente vivendo.

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